Il Contadino Invisibile. Il neoprotezionismo dei monopoli 2

Il Contadino Invisibile. Il neoprotezionismo dei monopoli

Campagna Contadina, In evidenza, Lotte Contadine

“I contadini scrivono poco, sono soprattutto gli altri che scrivono di loro”. (Silvia Pérez Vitoria).  Noi vorremmo smentire questa affermazione approfittando della valanga di dichiarazioni – brevi su un cellulare o lunghe in sofisticati redazionali – che stanno circolando su dazi, protezionismo, libero mercato. Abbiamo cominciato a mietere e – malgrado la polvere ed il rumore assordante della mietitrebbia – questo ci obbliga ad occuparci di mercato, quello capitalista, quello che finirà per imporci la dimensione del compenso al nostro lavoro. Chiariamo subito, noi non cerchiamo profitti dal capitale investito sui nostri campi, ma un compenso per il lavoro che vi dedichiamo. Dagli anni ’90 lottiamo contro la liberalizzazione dei mercati agricoli, le regole dell’OMC, le politiche pubbliche che hanno costruito e continuano a costruire insostenibili catene del valore e posizioni oligopolistiche di poche imprese; ora dobbiamo sentire i campioni di quelle politiche osannare il protezionismo, la difesa sovranista – nel nostro caso – del made in Italy agricolo. E questo suona decisamente ridicolo se si dà uno sguardo alla situazione delle imprese agroalimentari italiane, quelle che oggi operano sul nostro territorio.

Giusto per non dimenticare in che paese viviamo. Pur essendo solo il 6,4%% del numero totale delle aziende agricole, quelle gestite con salariati controllano quasi il 15% della SAU[1].

Le aziende con meno di un ettaro di terreno sono il 30%, quelle fino a 5 ha sono più del 70% mentre quelle con oltre 50 ettari sono il 3% e controllano il 42,5 % della SAU. Le aziende che fatturano meno di 15.000 € all’anno occupano un terzo degli addetti e pagano il 23% dei contributi sociali a carico di conduttore e familiari pur realizzando il 10% della produzione agricola. Le grandi aziende che occupano più di 10 ULA[2] occupano solo il 2,7% degli addetti e producono il 5,4% della produzione, mentre le aziende fino a 10 ULA producono il restante 94,6%, di cui un 25,5% proviene da aziende con meno di 1 ULA, le cosiddette “aziende di sussistenza”; è evidente che queste non sono aziende improntate all’autoconsumo e alla semplice sussistenza ma   operano nel mercato locale.

Quindi quando si parla di “made in Italy” di cosa parliamo?  Considerando spesa pubblica e politiche agricole e sociali, è evidente che si hanno come riferimento l’agroindustria e – forse – un 10% delle aziende agricole, quelle chiedono di levare le sanzioni alla Russia, che “vanno sul mercato mondiale”  chiedendo di essere “protette” da dazi e/o tariffe.

Qui una rappresentazione dell’agroindustria “nazionale” in un quadro ormai datato a prima del 2016. Ecco dove sono localizzate le grandi aziende agroalimentari che hanno ancora italianissimi nomi:

Il Contadino Invisibile. Il neoprotezionismo dei monopoli 1
Fonte: ISTAT, Elaborazioni: Territori Digitali. NB: la localizzazione in queste mappe è geo referenziata

 

Non sorprende di certo, come ben mostrato dalla mappa precedente, che anche gli addetti siano concentrati in pochissime regioni. Sorprende la totale assenza di imprese con oltre 250 addetti in grandi regioni agricole come la Puglia, la Sicilia, la Calabria.

L’industria agroalimentare italiana ha molte caratteristiche decantate dalla mitologia del made in Italy, tra cui quella di essere effettivamente poco “italiana”. Sulle 114 grandi Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (con oltre 250 addetti, cfr. mappe presentate precedentemente) del nostro paese (ISTAT, 2015), 27 sono a controllo estero (“multinazionali”) e 87 sono a controllo nazionale. Le multinazionali nell’agroalimentare, pur rappresentando solo lo 0,3% dell’imprese (183 in totale, comprese quelle di dimensione più ridotta), realizzano il 14% del fatturato totale, il 14,2% del valore, il 17,3 % degli investimenti in ricerca ed innovazione ed occupano 30.600 addetti (ISTAT, 2013), pari al 7,1% degli addetti. Nel 2013 hanno fatturato circa 18 miliardi di euro.

Gli scambi all’interno dello stesso gruppo rappresentano il 71,8% dell’export totale delle Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco “italiane” (ISTAT, anno 2013). È forse qui che si nasconde il fulcro delle esportazioni agroalimentari italiane? Sostenere l’export agroalimentare rafforzerà le multinazionali del settore, presumibilmente a scapito della PMI italiana sopravvissuta. Nella cosiddetta guerra dei dazi, di pari passo con la retorica del neoprotezionismo liberista oggi in voga, si continua a parlare di mercato globale, come se questo fosse lo spazio in cui circolano la quasi totalità delle merci. Assolutamente falso, quantomeno per quello che riguarda la produzione agricola, dove solo una modesta parte di questa circola sul mercato globale. Quello che è globalizzato è il dominio di un pugno di imprese agroalimentari e del capitale finanziario (o meglio, dell’industria finanziaria sul settore agricolo), grazie alle politiche pubbliche che le hanno da sempre sostenute. Proteggersi dalla concorrenza “sleale” dei cattivissimi cinesi aiuterà queste imprese ad affermare – se fosse necessario – ancora con più forza il loro potere di mercato. Detto diversamente
: prezzi più bassi per i prodotti nei campi e dominio totale sui prezzi al consumo. Magri per una passata di pomodoro “made in Italy” fatta con pomodori “made in Italy” (ibridi olandesi) raccolti a due euro l’ora in italianissimi campi.

“La panza vota pensa a quella piena, ma quella piena non ci vuol pensare e se vi dice che ci pensa assai, non lo credete non ci pensa mai”.

Giuseppe Paoleschi, poeta popolare di Carbognano (VT); cantata da Pompilio Pileri, tratta da “DIRITTI AL CIBO! AGRICOLTURA SAPIENS E GOVERNANCE ALIMENTARE” Luca Colombo, Antonio Onorati – Jaka Book , 2009)

 

Giugno 2018

 

[1] La Superficie Agricola Utilizzata, comunemente abbreviata in SAU, è la somma delle superfici aziendali destinate alla produzione agricola. Può essere espressa in valore assoluto (in genere in ettari) oppure in percentuale, ad esempio confrontandola con la superficie totale aziendale oppure con quella di una data porzione di territorio

[2] Unità Lavorative Annue

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