L'isola di fronte
Prefazione di A. Onorati, Centro internazionale Crocevia. (1993)
Un lungo rettilineo contornato di basse case di legno colorate di beige, violetto. Tetti rossi, di quando in quando. O neri. Insegne luminose e fili elettrici dappertutto. Boschi prima d'arrivare. Fiumi grandi e piccoli.
In fondo, un incrocio qualsiasi: un semaforo posto stranamente dall'altro lato del crocicchio. La curva a sinistra, il lago Saint-Jean comincia a muoversi giusto sul bordo della strada. E' questo l'ingresso a Mashteuiatsh, uno dei paesi dei Montagnais, nazione amerindia che vive ancora sulle terre dell'odierna Federazione canadese.
La bottiglia nascosta da una ridicola busta di carta -magari riciclata- un uomo avanza barcollante, un qualsiasi venerdì pomeriggio. S'appoggia ad un palo colorato, poco lontano d'un negozio di Souvenir e artigianato locale; attraversa lentamente. Si ferma ancora. Occhi grandi d'immensa tristezza. Guarda la mia macchina e so che non mi vede. Ne giovane, ne vecchio se ne va fino ad un albero, dall'altra parte della strada, del lago e di chissà quante altre cose che non riesco ad immaginare. Ho quasi fermato la macchina. La tristezza mi stringe lo stomaco. Avanzo così piano che i passanti camminando cominciano a superarmi. Così mi vedo passare vicino un giovane, con passo svelto, alto, due occhi sorridenti. Nessuna decorazione o orpello per turisti in vena di Far West. Giusto il viso ed i capelli sono quelli di un indiano. Ed una piccola fascia di pelle ricamata. La sua maglietta ed i suoi jeans come i miei, non contrastano affatto con quel pezzo di storia narrata dalla sua fascia. Sta tornando a casa. In una di quelle casette di legno colorato, lontano dai terribili prefabbricati delle Riserve. Passa sotto i lampioni e le insegne, che gli colorano il passo. Gira l'angolo di una strada. Non lo vedo più. Sparito dietro un'ansa di fiume, dietro una collina d'erba. Dentro un'alba, dentro le foreste che circondano il fiume San Lorenzo. Ammiro la sua possibilità di essere contemporaneamente due cose, di avere una doppia esistenza, cavalcare due diversi mondi; mantenere dentro, in profondità, un legame con le proprie origini, con gli odori, i suoni, i sentimenti del passato. Resistere e crearsi delle alternative al modello dominante. Un legame con la propria storia da riscoprire ogni giorno, difendendolo da ogni tentativo di annullamento. Al contrario, far sì che questo si rigeneri nel presente, utilizzarlo per attraversare i Bar e la strada.
I due indiani ci mettono a disposizione un contributo per gestire la nostra esistenza. Offerta che dovremo saper utilizzare, non come proposta tecnica per meglio amministrare parchi e riserve integrali della biosfera, ma per trovare gli strumenti che ci consentano di rifiutare la razionalità che deriva dal Mercato e dai suoi valori, recuperando protagonismo ed agilità nel muoverci dentro una visione più complessa del nostro quotidiano.
Nel conflitto persistente tra capitale e natura, la nostra cultura occidentale modellata e plasmata da quella dominante e che -fortunatamente ancora- si trascina dietro valori propri di quando le nostre radici erano ancorate nella terra e non in cielo, deve oggi trovare punti d'appoggio esterni capaci di dar vita a sogni e desideri diversi. Stimolare la dialettica e la complessità della nostra quotidianità ci serve per trovare vie d'uscita, che ci restituiscano soggettività e dignità di cittadini. Su questa via la società civile potrà trovare il vigore necessario a spostare in avanti i limiti sempre più angusti in cui si va richiudendo la democrazia formale .
Ascoltando i mille discorsi che s'incrociano dentro un bar, nella confusione delle storie e delle lingue, a volte alcuni frammenti sembrano più taglienti, più marcanti.
In uno di questi bar, una giovane donna bianca spiegava - non so più a chi - come avesse imparato quello che le serviva nella vita, come si fosse costruita gli strumenti per orientarsi nell'oggi, attraversando un tratto del fiume San Lorenzo ed andando a giocare da bambina nell'isola che si trovava giusto di fronte a casa sua . Quell'isola senza nome -che lei chiamava "l'Isola di Fronte" ( l'Isle d'en face)- era un mondo pieno di elementi sconosciuti e diversi da quelli della sua vita quotidiana. C'erano gli animali, le piante, il vento, l'acqua e le stagioni prendevano un rilievo particolare. Ho avuto l'impressione, quando ho sentito con quanta passione narrava le sue scoperte, che vi trovasse un mondo altro dal suo quotidiano dove confrontare i suoi sogni, le sue paure e raccogliere le risposte ai suoi quesiti. Si formava gli strumenti per il proprio vivere quotidiano sulle basi di una razionalità diversa da quella che dominava nella sua casa. Prima di passare a parlare d'altro, quasi a mo' di conclusione, quella donna continuava dicendo: "... ora la mia casa ed il paese sono cambiati ed irriconoscibili, per fortuna l'Isola di Fronte, con altri alberi e altre forme, è ancora là - uguale e diversa - ad insegnarmi delle cose..."
Quell'isola, un mondo a parte, autonomo, parallelo , simile alle culture dei Popoli Nativi , ma pur sempre in relazione con l vita che scorre sulle sponde del fiume, corrisponde all'aspirazione di alcuni dei più prestigiosi leaders di Popoli Nativi ascoltati a Eco '92 ( UNCED, Rio de Janeiro, giugno 1992). Qui, ancora una volta ci hanno offerto con generosità d'accoglierci nel loro mondo che pretendono di mantenere autonomo dal nostro, con un proprio movimento. Un'isola viva, con le buone e cattive stagioni dove avere cura di se stessi e di quello che ci circonda. Anche con gli ubriachi. Pretendono in cambio giusto il rispetto della loro autonomia culturale, politica ed economica.
I loro valori non possono essere conservati in un museo a cielo aperto, come avviene nei villaggi-riserva del Canada: cento case in riva ad un fiume, marcate dalla povertà assoluta e dell'assistenzialismo paternalista di un governo che regala giusto lo stretto necessario per non morire di fame. A Betsiamites, bambini dai volti pieni di luce, giocano nelle pozzanghere d'acqua piovana che troneggiano in tutto l'agglomerato delle casupole della riserva. Nient'altro che baracche dormitorio ed una costruzione per le riunioni del "Consiglio di Banda". Pescare, cacciare con un corpo appesantito e deformato dalla pessima dieta alimentare diventa il vago ricordo delle proprie radice ed un'attività scarsamente redditizia. La tristezza, lo sgomento che mi assale nel muovermi in questo spazio confinato e recluso mi aiutano a meglio capire il valore immensamente grande degli sforzi che fanno questi popoli per non lasciarsi cancellare, per trovare un appiglio ed una ragione per continuare a cercare le proprie radici da proiettare sulle generazioni future. E ci mandano dei messaggi e degli insegnamenti.
Ma anche noi, forse, siamo un po' nelle stesse condizioni. Confinati in uno spazio limitato, condannati a svilupparci, in corsa sempre dovunque e comunque con l'illusione d'illimitata potenza dell'Occidente Moderno, incapaci di un qualsiasi confronto non distruttivo con gli altri esseri viventi, restiamo inchiodati nel nostro villaggio assistito e pacificato. Crediamo di poter sopravvivere circondati da alte barricate a protezione di un cumulo di irrealistiche certezze che ci trasformano ogni giorno la mente ed il corpo. Senza valori, i nostri sogni sono condannati ad infrangersi contro le matrici della razionalità industriale, impossibilitati a trovare una mediazione nel conflitto tra la Natura ed il profitto.
"L'Isola di Fronte" ci costringe a riflettere. Ogni giorno ci invia dei messaggi e ci offre degli strumenti. Come le Prime Nazioni. Come i contadini che si ostinano a guardare il Cielo e la Luna prima di decidere di piantare orzo o niebè.
Ci aiutano a costruire un' economia di vita capace di ricollocare -oggi - noi stessi tra gli altri esseri viventi, fuori dalla catena dell'oppressione e della sudditanza. Contro l'economia di morte che guida il modello di sviluppo dominante ed i nostri giorni.
Il libro che segue, le sue narrazioni e i mondi che si intravedono dietro di queste, ci auguriamo che sia un po' come l'Isola di Fronte, un luogo dove mescolarsi all'Altro ed apprendere. Ed un po' come la striscia di pelle ricamata del giovane indiano di Mashteuiatsh, strumento di continuità con le proprie radici e di ricerca di alternative ai valori dominanti.
Le esperienze delle riserve estrattive, dei popoli delle foreste del Brasile e la loro accanita resistenza, non ci chiedono più solidarietà e sentita indignazione per gli eccidi, i soprusi, le ingiustizie consumate in nome dello sviluppo, ci chiedono, anzi ci regalano la possibilità, di sviluppare comuni strategie di resistenza. Ci offrono strumenti di comprensione ed azione utili a noi per navigare nella frammentazione delle nostre società, mantenendo forte una volontà di cambiamento e dandole gambe e anima perchè possa prendere forme reali, concrete, quotidiane. Qui da noi e non solo in Amazzonia.