Missione Gaza "Crocevia Internazionale" 28/01/2009 - 04/02/2009

Se dovessi descrivere ciò che ho vissuto, sentivo, annusato e visto ed essere fedele preferirei tacere. Qualunque parola usi è solo un eco. E' arduo descrivere, la paura di tralasciare qualcosa è disarmante, il dovere di farlo impellente. Dopo 10 ore di attesa al valico egiziano, trascorso giocando con i bimbi del luogo, siamo riusciti ad entrare a Rafah. Non avevo idea di cosa avrei incontrato, del pericolo che avrei affrontato ma la spinta di viverla era più grande. L'accoglienza è stata incredibile, ovunque andassimo un sorriso e un tè caldo accoglievano  i nostri passi . Il destino che accomuna medici, infermieri, tassisti, insegnanti, commercianti, contadini, pescatori è una guerra senza senso, una pseudo-tregua senza fine.

Si parla di tregua ma se per tregua si intende vivere prigionieri in 400 Km quadrati con torture psicologiche giornaliere (aerei a bassa quota per ricordare il peggio che sta per tornare, carri armati con il mirino sempre pronto e una flotta che non dorme mai) è solo una questione lessicale. I bambini non dormono la notte, gli incubi vissuti si materializzano in ogni ora della giornata e questo destino non coinvolge solo la sfera dell'infanzia. Padri di famiglia, professori universitari non riescono più a pensare in arabo, a lavorare, a dimenticare.

Il Disturbo post traumatico da stress è l'adattamento sintomatico al presente, la depressione maggiore una diffusa reazione. Al Gaza Community Mental Health Programme il Dott. Yasser Jamei (psichiatra) ci descrive come stanno intervenendo dopo 3 settimane di assedio. Sebbene formatissimi sul protocollo dell'emergenza, oramai non più applicabile poiché trascorso troppo tempo, trovano solo pazienti.

Sono state formate delle equipe psicosociali che interverranno nelle scuole, nei quartieri più colpiti. Questo è il compito dello psicologo dell'emergenza, andare verso coloro che hanno bisogno, sedersi un istante ad ascoltare, nel tentativo di comprendere il dolore, di condividere e contenere un dramma immobile. Entrare in empatia senza lasciarsi sommergere dall'inferno, dalla rabbia, dalla disperazione, mettere in contatto chi ha bisogno di aiuto con chi può dare aiuto. Il dottor. Yasser Jamei è provato, ci descrive con pazienza e lucidità le condizioni della Striscia. Anche lui ha bisogno di essere ascoltato, le sue parole forti ma calibrate. “Non c'è sicurezza in nessun luogo, solo violenza pura!Caserme, moschee, scuole, case private, tutto sotto mira!non c'è speranza di vivere in questo modo! la distruzione è materiale, mentale sociale!”

Ci sono quartieri completamente distrutti, la pressione psicologica è fortissima e a questo si aggiungono problemi di ordine sociale. La solidarietà, altissima, tra i palestinesi ha i suoi costi. Se prima una famiglia era composta da 7 o 8 persone ora il numero è quasi raddoppiato. Il padre di famiglia deve farsi carico non solo dei suoi problemi economici  ma anche  crescere il nipote orfano, accogliere la sorella vedova e i suoi figli. Nelle case non c'è intimità, non è consentito neanche piangere!

Non tutti hanno una casa pronta ad ospitarli, molti dormono in strada, inseguiti dalla morte. Il compito delle 10 unità del Gaza Community Mental Health Programme, formato da 25 professionisti e 50 specializzandi volontari, è raggiungere 15.000 bambini, ma gli studenti della striscia sono 300.000 e, per quanto possa lavorare l'equipe, il 95% degli studenti rimarrà senza sostegno. Non ci sono soldi e molti farmaci sono inaccessibili. Non potersi curare significa estendere la psicopatologia, ampliare il disagio e colludere inconsapevolmente con vantaggi secondari disadattivi, dinamiche patologiche che reiterano gli abusi subiti e annientano le deboli difese.

C' è stata rilasciata una lista dei farmaci di cui hanno maggiormente bisogno, che stiamo diffondendo agli enti locali. Dalle parole del dottore si evincono una forza e una volontà di ferro, una spiccata vocazione verso l'altro ma anche il bisogno di essere ascoltato. “Anche noi abbiamo vissuto la guerra!Anche noi abbiamo bisogno di un supporto psicologico!” Parole spiazzanti, ripetute anche dal dirigente psicologo Nam Alaa Jaradah che continua “quando la precarietà entra anche nella tua sfera personale, nel tuo mondo, è difficile fare questo mestiere!cosa devo rispondere a mia figlia che non trova pace a casa, che urla di notte e mi chiede un luogo sicuro!” La sicurezza è un rifugio mentale che riusciamo a trovare noi, che veniamo da un altro luogo. A Gaza avverti in ogni frangente di essere un bersaglio mobile. Negli occhi dei passanti scorgi il tuo terrore, la paura di un raid improvviso e non è infrequente che rumori di artiglieria destabilizzino la tua struttura psichica. Le nostre visite si estendono anche alle scuole ed in particolare ad una scuola  primaria, Khalefa Ben Zayed School, ubicata a Jabaljya nei pressi del confine nord. Entrando nel cortile ci sentiamo osservati, un dirigibile israeliano controlla il tutto.

Nel piazzale sono seduti 500 bambini, divisi per genere. Una recita è in corso, cantano, si muovono e partecipano alle attività organizzate dalla preside Kareema El Moghad. Dopo le tre settimane di assedio da pochi giorni sono state riaperte le scuole. Alcune sono state distrutte. Nei palazzi i colpi di arma da fuoco fanno parte del consueto scenario e sembra quasi abituarcisi ma la tensione, che è palpabile attimo per attimo, ti riporta, di continuo, nel presente.

Una insegnate di inglese descrive la sua giornata: “e' difficile lavorare con i bambini, sono aggressivi, agitati, spaventati, molti si rifiutano di entrare in aula.  Abbiamo sospeso le regolari lezioni, ogni giorno c'è una attività diversa che promuove l'espressione grafica, musicale, relazionale, secondo l'intervento socio-educativo prescritto dal Ministero.” Mentre parliamo la luce va via. Un brivido di terrore e agitazione turba il viso della preside. Fuori si sentono i rumori delle bombe, una sottile maschera avvolge il volto psicologo che tanta di tranquillizzarci ma l'angoscia e la paura ci pietrificano e la procrastinazione è inutile. Continuiamo il giro della scuola. In un'aula sono appesi i disegni realizzati dai bambini. Il loro presente, il loro inevitabile vissuto si materializza nelle armi, nel sangue, nei missili che li inseguono, nelle barelle, nel filo spinato, nei carri armati. Colori forti, tratti incisivi e traumi reiterati sono impressi senza filtro sulla carta.

Anche la preside rivolge a noi il suo appello: “abbiamo bisogno di counselors, non sappiamo come agire!c'è una sola figura per cinque scuole (5000 bambini)!” La tensione è sempre più forte, i rumori assordanti. Ringraziamo per l'accoglienza, gli sguardi si incrociano, le parole si spezzano dietro una coltre di imbarazzante silenzio.

Mille storie, mille volti incrociate per caso, il dramma umano che è vita, senza ipocrisie e senza schermi: questa è stata per me Gaza.

Larissa Anastasi
(psicologa dell'emergenza)

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