Com’è andata la Conferenza Internazionale per la Riforma Agraria e lo Sviluppo Rurale a Cartagena

Cartagena de Indias – città di colori sgargianti, mare caraibico e storia profonda – è stata per qualche giorno la capitale mondiale delle lotte per la terra, la giustizia rurale e la sovranità alimentare. Dal 22 al 28 febbraio, la Colombia ha ospitato la Seconda Conferenza Internazionale sulla Riforma Agraria e lo Sviluppo Rurale (ICARRD+20), un evento che ha radunato centinaia di delegati di movimenti contadini, Popoli Indigeni e organizzazioni da tutto il mondo per discutere non solo di accesso e gestione della terra e dei territori, ma di dignità, diritti e futuro dei produttori alimentari di piccola scala.

In questa cornice, come Centro Internazionale Crocevia, nella nostra funzione di Segretariato del Comitato Internazionale di Pianificazione per la Sovranità Alimentare (IPC), abbiamo vissuto un’esperienza intensa e significativa, intrecciata di incontri ufficiali, momenti di scambio informale e una vibrante atmosfera di mobilitazione collettiva.

Vent’anni prima, ICARRD 2006

L’evento arriva a vent’anni dalla prima Conferenza internazionale sulla riforma agraria, tenutasi a Porto Alegre, in Brasile, nel 2006 e organizzata dalla FAO e dal governo brasiliano. Vi parteciparono governi venuti da tutti i continenti, e già allora i movimenti sociali sottolinearono l’importanza di mettere in atto riforme agrarie redistributive nella dichiarazione finale del loro Parallel Forum. ICARRD è stata una pietra miliare nella storia delle Nazioni Unite, perché ha avviato un processo negoziale che ha consentito una partecipazione forte e autorganizzata di contadini, lavoratori senza terra, Popoli Indigeni, pescatori artigianali, pastori, lavoratori e altre persone che lavorano nelle aree rurali.

Dal 2006, come IPC abbiamo condotto con successo campagne a favore di importanti quadri normativi globali, tra cui le Linee guida sulla proprietà fondiaria (VGGT, 2012), la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (UNDRIP, 2007) e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini (UNDROP, 2018).

Questi strumenti internazionali affermano che gli Stati hanno il dovere di garantire un accesso equo e il controllo su terra, pesca, foreste e acqua come parte della realizzazione dei loro diritti al cibo, all’acqua, all’alloggio, al lavoro, alla salute e a un tenore di vita adeguato.

Tuttavia, l’implementazione di politiche, programmi e meccanismi che garantiscano i diritti delle popolazioni rurali e rafforzino lo sviluppo in queste aree rimane profondamente inadeguata.

2026, il tempo della concretezza

Questa seconda conferenza è stata organizzata principalmente per volere del governo colombiano, con il supporto di quello brasiliano e la partecipazione di decine di altri. La Colombia ha infatti qualcosa da insegnare in tema di riforma agraria. Con la modifica della costituzione nel 2023, il governo retto oggi da Gustavo Petro ha finalmente riconosciuto i contadini come portatori di diritti (right-holders), riconoscendo anche i loro territori e le diverse forme di governance fondiaria. La distribuzione ineguale dei terreni agricoli è evidente nel paese, dove l’80% dei terreni sono nelle mani dell’1% dei proprietari. Questa concentrazione ha causato lo sfollamento di oltre otto milioni di persone, per lo più contadini, dalle zone rurali, spesso con l’uso della violenza. Tuttavia, ancora oggi, le aziende agricole di dimensioni inferiori a due ettari rappresentano l’84% del totale, pur coprendo solo il 12% della superficie agricola.

A dicembre, il governo ha annunciato di aver assicurato 2,5 milioni di ettari per la riforma agraria: 700 mila sono stati assegnati al Fondo Nazionale per la Terra e 446 mila sono stati acquisiti tramite acquisto diretto. L’obiettivo, secondo le parole di Petro, è quello di attuare una “riforma agraria pacifica”, riacquistando la terra dai privati e ridistribuendola ai contadini.

Sull’onda di questo sforzo politico, è venuta la proposta di ridare impulso alla discussione globale sul tema con ICARRD+20.

Il Foro dei movimenti prima della Conferenza

Prima dell’inizio ufficiale dei lavori di questa seconda conferenza, i movimenti sociali dell’IPC hanno organizzato un momento di riflessione autonoma: il Forum dei Popoli e dei Movimenti Sociali (22-23 febbraio). Qui, la visione dal basso su terra e territori è stata ridiscussa e riproposta con un documento di posizionamento e una dichiarazione finale del foro. Prima ancora (20-21) febbraio, centinaia di rappresentanti dell’accademia hanno fatto lo stesso.

Dal 24 febbraio, i padiglioni del Centro Congressi hanno ospitato le sessioni ufficiali dell’ICARRD+20: panel istituzionali, dibattiti multilaterali e spazi di ragionamento per l’accademia internazionale. Hanno partecipato ministri, rappresentanti ONU, ricercatori, ma soprattutto movimenti sociali determinati a non essere solo un “contorno” istituzionale.

Non sono mancati i momenti di fuori programma che, lungi dall’essere distrazioni, hanno arricchito il dibattito: testimonianze creative, performance di movimenti colombiani e internazionali.

Una dichiarazione, molte lezioni. E una unità da difendere

L’ultimo giorno, la dichiarazione finale dei governi ha aperto un confronto politico intenso, con scambi animati e riunioni notturne. L’organizzazione dei Popoli Indigeni IITC (International Indian Treaty Council) ha contestato un utilizzo della terminologia che li preoccupa molto. Sempre più spesso nei testi negoziali si parla di Popoli Indigeni e Comunità Locali (Indigenous Peoples and Local Communities), un concetto ambiguo che può comprendere dai Comuni alle minoranze Menonite del Messico, denunciate per le loro pratiche ecologicamente insostenibili, che nulla hanno a che vedere con l’approccio dei Popoli Indigeni. Nel diritto internazionale, questi ultimi godono di diritti collettivi distinti – tra cui l’autodeterminazione, la terra, i territori e le risorse – riconosciuti in strumenti come la Dichiarazione ONU sui diritti dei Popoli Indigeni (UNDRIP). Il termine “comunità locali” non ha uno status equivalente e chiaramente definito nel diritto internazionale e non comporta gli stessi diritti collettivi o fondamenti storici. Confondere i Popoli Indigeni con le “comunità locali” rischia di diluire o minare i loro diritti legalmente riconosciuti, cancellando questo status distinto e abbassando gli standard di protezione stabiliti.

Per noi, come International Planning Committee for Food Sovereignty, alcuni principi non sono negoziabili e non possono trasformarsi in formule diplomatiche: sono conquiste politiche e giuridiche costruite in decenni di lotte. Il riconoscimento pieno e distinto dei Popoli Indigeni non è negoziabile. Così come non è accessorio parlare di agroecologia o di sovranità alimentare.

Ecco perché l’IPC ha deciso di non supportare la dichiarazione dei governi, dicendolo chiaramente sul palco dell’auditorium che ospitava la Conferenza.

Raccogliere i cocci del multilateralismo

A Cartagena abbiamo toccato con mano quanto il contesto geopolitico sia fragile. Il governo colombiano – insieme a quello brasiliano – ha fatto uno sforzo reale per riportare la riforma agraria al centro dell’agenda internazionale. E questo va riconosciuto. In un mondo segnato da tensioni crescenti, da pressioni del Nord Globale e da interferenze evidenti, organizzare una conferenza ministeriale sulla riforma agraria non è stato un gesto neutro.

Ma proprio perché la posta in gioco è alta, non possiamo permetterci passi indietro. Mescolare concetti che nel diritto internazionale hanno portata e significato diversi significa indebolire diritti già conquistati. Diluire l’agroecologia dentro generiche “pratiche sostenibili” significa svuotare un progetto politico che parla di trasformazione dei sistemi alimentari. Omettere la sovranità alimentare significa ignorare la domanda centrale: chi decide cosa, come e per chi si produce?

Il confronto con i governi è stato franco. Abbiamo scelto una posizione chiara: sostenere gli sforzi dei governi progressisti che hanno aperto questo spazio, ma allo stesso tempo non avallare un testo che non rispecchia pienamente le nostre posizioni. Non contro la Colombia. Non contro il Brasile. Ma in difesa dei popoli.

Oltre ICARRD+20: i nostri prossimi passi nella lotta per la terra e il territorio

Ora la battaglia si sposta nei prossimi spazi multilaterali, nei territori, nelle alleanze da costruire. Continueremo a lavorare perché i linguaggi riflettano le lotte, perché le dichiarazioni non arretrino rispetto agli standard già conquistati, perché la sovranità alimentare sia riconosciuta come orizzonte politico e non come slogan.

Al contempo, lavoreremo negli spazi internazionali della FAO e oltre, per intensificare il negoziato globale sul tema della riforma agraria e definirne i contorni in maniera che riflettano le nostre priorità e approcci.